Camminare contro il disprezzo

28.08.2025

Il linguaggio dell'odio non nasce dal vuoto: è figlio di una retorica che si nutre di interessi, paure e convenienze.

Non bisogna cadere nel tranello per cui chi lo pratica abbia l'intento di difendere valori, ideali, visioni del mondo. A ben guardare, dietro l'insulto sistematico, dietro l'etichetta che trasforma l'altro in nemico, si cela una logica più sottile e meno nobile: la difesa di un vantaggio, di una posizione, di un privilegio.

La retorica dell'odio si costruisce con parole che sembrano descrivere, ma in realtà deformano.

Non parlo di semplici offese, ma di termini che assumono una connotazione negativa non per il loro significato originario, ma per l'uso reiterato e offensivo che se ne fa.

Come osserva Agnese Occhiuzzi nella sua tesi sull'offensività linguistica, questi termini non sono semplici insulti: sono strumenti di esclusione, di marginalizzazione, di riduzione dell'altro a una caricatura. Il loro potere non risiede nella parola in sé, ma nella strategia con cui viene impiegata: una strategia che mira a semplificare la complessità, a rendere l'altro riconoscibile solo attraverso il filtro del disprezzo.

Questa semplificazione è funzionale. Serve a proteggere interessi, a consolidare identità, a evitare il confronto.

Chi si sente minacciato nei propri privilegi non argomenta: etichetta; Non cerca di comprendere: scredita …e lo fa con una retorica che si ripete, che si replica, che si diffonde come un virus. Lo si vede chiaramente nell'analisi dei commenti d'odio sui social network, dove l'odio non è mai casuale, ma mirato, selettivo, costruito con precisione retorica.

Come evidenzia una tesi sull'hate speech nei social media, il linguaggio dispregiativo si articola in forme ricorrenti, che si adattano al bersaglio ma mantengono intatta la struttura: ridicolizzare, demonizzare, isolare.

Non è dunque una questione di valori, ma di potere: il linguaggio dell'odio è un dispositivo di controllo sociale, un modo per tracciare confini, per dire chi appartiene e chi no.

Catherine MacKinnon, nel suo saggio "Only Words", lo definisce come un atto performativo: non descrive la realtà, la crea. Attraverso parole, immagini e simboli, si costruiscono gerarchie, si legittimano discriminazioni, si perpetuano ingiustizie.

Eppure, questa dinamica è spesso invisibile; si maschera da libertà di espressione, da diritto di critica, da difesa della verità. Ma la verità non ha bisogno di insultare. Non ha bisogno di ridurre l'altro a una caricatura.

La verità, se è tale, può sostenersi con argomenti, non con etichette.

Per questo è necessario smascherare la retorica dell'odio. Non solo per difendere chi ne è vittima, ma per proteggere la qualità del nostro discorso pubblico. Perché, quando il linguaggio si piega agli interessi, quando le parole diventano armi, quando il pensiero si riduce a slogan, allora non è solo l'altro a essere denigrato: è la nostra capacità di pensare, di dialogare, di costruire insieme una società più giusta.

Non facciamoci ingannare dalle parole, se non quelle sostenute da un pensiero, non combattiamo queste persone con la stessa moneta, rischieremmo di diventare come loro. Piuttosto, impariamo a ignorare o a chiedere di spiegarsi "meglio" e con un linguaggio più pacato: le persone abituate a gestire il confronto con la forza dell'insulto non avrebbero modo di riattere.

Fonti:

• Occhiuzzi, A. Slur e linguaggio d'odio: prospettive teoriche e sperimentali su offensività e denigrazione. Università degli Studi di Padova A • Tesi di laurea: Hate speech. Analisi linguistica e retorica dei commenti d'odio su Facebook e Twitter – Tesionline B • Tumminello, F. Ai tempi dell'odio: linguaggio, hate speech e diritti umani – IUS In Itinere C Deborah Esposito

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