Quella nuvola nera che ho sulla testa

Ho molte opportunità di frequentare corsi rivolti alla mia persona, oltre che alla professionista.
Sono chiamati corsi di soft skill. In 25 anni ne ho fatti tanti, ma uno in particolare ha lasciato un segno, e oggi non credo più che sia stato un segno positivo.
Questa docente, prima di terminare il percorso, mi diede il suo feedback. Alla fine dell'esperienza disse semplicemente queste parole: "Tu hai una nuvola nera sulla testa, quando riuscirai a scacciarla cambierà tutto".
Parliamo di anni fa, eppure quella frase mi ha sempre tormentata.
Fino a quando, durante l'ultimo corso, a una domanda sulla gestione delle mie emozioni, ho citato proprio quel ricordo… ed è lì che ho capito che tutto ciò che c'è in quella nuvola nera è chiaro dentro di me. È la storia di una vita piena di fatiche che mi hanno provocato grandi sofferenze, sofferenze che ho sempre cercato di combattere e persino di negare.
Il problema è proprio questo: sto combattendo con fantasmi, con ferite, con offese che non ho mai accettato e forse mai neanche capito. La domanda è: devo capirle o saperle accogliere?
Mi sono chiesta se, invece di mettermi l'etichetta "nuvola nera", non fosse stato meglio aiutarmi a cacciarla o, meglio, aiutarmi a renderla una nuvola primaverile, bianca in un cielo azzurro.
Ecco, un'altra etichetta, un'altra forma di compassione (in senso negativo) che mi è stata "donata": quella con la nuvola nera. Poverina…
In questi giorni mi sono concentrata sui compiti che mi sono stati dati per il prossimo incontro dell'attuale corso che sto seguendo. In particolare, ho prestato attenzione al mio corpo: un fisico che rispecchia i miei stati d'animo, sempre in tensione, uno stato permanente che mi crea un dolore diffuso; e poi l'organo cerebrale, che corre e non si ferma mai, togliendomi il sonno.
I compiti li ho sempre fatti a modo mio: da qualche giorno, la sera, prima di addormentarmi ascolto la musica che amo, rilassante e vibrante come il suono della chitarra di Pino Daniele. Nel letto faccio la spunta: spalle, collo, mani, cervello… li chiamo tutti e dico loro di prendere una posizione comoda e morbida.
Dovete sapere che a occhi chiusi io ho sempre visto qualcosa: mostri, ma anche volti amichevoli. Da qualche tempo non ci riuscivo più, non vedevo nulla, neanche le più banali forme geometriche in movimento, che mi piacevano tutte e mi mancano tanto.
Dicevo, i miei organi, muscoli, articolazioni, eccetera, devono essere tutti rilassati, perché di giorno non ci riescono. In ultimo chiudo gli occhi ed ecco che su quelle note non appaiono ancora forme, appaiono colori. Li lascio scorrere e qualche volta li seguo, perché cambiano e io vorrei invece continuare ad ammirare l'azzurro, però sono ragionevole, ad un certo punto lo lascio andare. D'altra parte, ogni colore ha la sua dignità, esattamente come le emozioni.
In questo stato la mente non ha tempo per tormentarmi, mi addormento e soprattutto diminuiscono i risvegli.
Il problema è il mattino dopo: questa nuova consapevolezza mi fa arrabbiare ancora di più, con me stessa, con gli altri e con l'innominabile (non vorrei sembrare blasfema).
Ora non so che fare, sono forse tornata indietro? "Da dove?" direte.
… Io risponderei: "Dalla me che cercavo di mitigare, di far diventare giusta nel contesto strano e alieno in cui mi trovo".
Tornata indietro? Sì, quella rabbia torna ad essere adolescenziale, ricca di rivalse che non sono mai arrivate e di tristezza per la solitudine in questo mio stato… perché qui, in questa strada, mi sento sola, nessuno è con me. Io sono rimasta in un posto in cui nessuno, di quelli che ho conosciuto dopo, ha mai messo piede fino ad oggi. Oggi Marracash lo ha reso famoso e figo, ai tempi non si doveva dire dove abitavamo: era una vergogna arrivare da lì.
Forse è un percorso che devo ridisegnare o ripetere?
Non lo so… e questo testo finisce così, nello stato in cui molti come me rimangono, senza sapere cosa fare dopo.
A proposito: buonanotte.